Brunettin a PnPensa smaschera il mito della Grande Guerra

IMG_5599[1]Grande risposta di pubblico a PordenonePensa, giovedì scorso, per la presentazione del libro del ricercatore storico Giordano Brunettin “Aspetti della Grande guerra nel Friuli occidentale”, edito da Euro 92.

Nella sala dell’ex Convento San Francesco di Pordenone, Brunettin e gli altri coautori hanno spiegato motivi e contenuti dell’opera. «Lo scopo – ha sottolineato Brunettin – era evidenziare la distanza tra il vissuto del popolo e il mito costruito dalle elite. Non era la guerra della gente, qui non la volevano, ma sono stati obbligati ad affrontarla unicamente per la volontà del regio governo di allora, a cui non importava di mandare il suo popolo incontro a morte e distruzione, pur di conquistare la supremazia. L’elite governativa decise che bisognava dare un senso a un tale sacrificio, un motivo valido al popolo e ai posteri, manipolando e sostituendo la memoria individuale di dolore e disperazione con il mito costruito ad hoc della memoria collettiva, fondato sulla celebrazione della nazione vittoriosa, attraverso monumenti, medaglie e onorificenze che ne erano il simbolo tangibile. Il lutto personale veniva così rielaborato in una cerimonia che permetteva di superarlo».

«Si era arrivati alla costruzione di una religione civile sostitutiva – ha proseguito Brunettin – a cui non ci si poteva sottrarre e che aveva i propri martiri: tutti quei soldati morti in battaglia e poi sepolti lontano dalle proprie famiglie nei monumenti commemorativi come quello di Redipuglia». «Medaglie e monumenti ha aggiunto il prof. Cesarato, uno dei coautori – raffiguravanno il soldato caduto come il Cristo e la madre come la Madonna. Morire per la patria era dunque paragonato al sacrificio del Signore. Nulla si poteva obiettare allo Stato, altrimenti si veniva tacciati di tradimento della patria e della religione».

Ai soldati veniva ordinato di distruggere e dar fuoco alla loro stessa terra pur di frenare l’avanzata del nemico, «soldati che non riuscivano a capire il perché dovessero ritirarsi e bruciare tutto dopo essersi spesi per difendere strenuamente ogni centimetro. E il “Ce fastu?” risuonava nelle terre del Friuli».

La presentazione si è tuttavia conclusa con una nota positiva: «Quando Pordenone fu invasa e cadde sotto il dominio austriaco – ha rimarcato il professor Castanetto – tutti patirono ancora di più la fame, compresi gli invasori. Molte donne furono costrette a vendersi per sopravvivere. Nacquero centinaia di bambini illegittimi che quasi nessuno voleva o poteva accogliere. Fu l’allora Monsignor Giovanni Costantini, originario di Zoppola, ad accoglierli tutti nelle strutture a sua disposizione, facendosi così protagonista di unastoria di amore all’interno di una tragedia umana».

 

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