Claudio Borghi Aquilini a Pn Pensa: «L’euro è diretta causa della crisi italiana più della corruzione e della casta»

Borghi Aquilini«La crisi o la recessione solo in parte hanno una natura criminogena. Il problema è che, da noi, a differenza di quanto avviene in altri Paesi, dove la corruzione c’è e lo provano le cronache, quelli che commettono questo tipo di reati sono uomini piccoli, dei ladri di polli. Dire che, se non ci fosse la corruzione, saremmo un Paese migliore è una fesseria.                                                                             La corruzione c’è ovunque, dalla Germania al Giappone. La Siemens, colosso tedesco dell’’elettronica, ha pagato multe per un miliardo 800 mila euro per risolvere cause giudiziarie per tangenti negli Usa e in Germania così come, sempre in Germania, il top manager di Volkswagen Peter Hartz, architetto della più grande forma del lavoro del dopoguerra, è stato condannato per il suo coinvolgimento nel più incredibile scandalo che abbia coinvolto la prima casa costruttrice di automobili in Europa, corrompendo con bustarelle e prostitute le sigle sindacali.                                                                                                                                            La differenza sta nel fatto che, in Germania o in Giappone, si ha almeno la furbizia di corrompere le persone giuste. Solo in Italia può accadere che ci si autodenunci per le commesse ottenute con tangenti in Algeria o in India. Gli altri ci vanno con le borse piene di denaro. Loro lavorano e noi no, e continuiamo a perdere competitività rispetto a chi non si fa alcuno scrupolo». E’ una delle provocazioni, forti, lanciate dal professor Claudio Borghi Aquilini, protagonista ieri sera, a Cavasso Nuovo, nella sala consiliare del Palazat, di “Rottamiamo l’€uro!”, nuovo appuntamento di Pordenone Pensa, la rassegna di idee promossa da Circolo Eureka e Provincia di Pordenone.

Dialogando con il giornalista Guglielmo Zisa, Borghi Aquilini, docente di Economia all’Università Cattolica di Milano e editorialista de “Il Giornale”, con un curriculum di dirigente in diverse istituzioni internazionali finanziarie e bancarie, ha catturato l’attenzione del pubblico, illustrando con estrema chiarezza il suo “credo” anti-euro, confermando le sue teorie che vedono nel ritorno ad una moneta nazionale, l’unica via possibile, anzi inevitabile, per risollevare le sorti del’Italia.

«Il passaggio all’euro ha prodotto un colossale disastro che, gli euroburocrati, non sono disposti ad ammettere» ha affermato Borghi Aquilini. «La crisi non è mondiale, tutto il mondo cresce, solo l’area sud dell’Eurozona non cresce. E’ un dato di fatto» ha proseguito l’economista milanese. «Questo è il prezzo che si paga quando si prende uno stato e gli si mette una valuta artificialmente forte: e’ inevitabile che quello stato vada in crisi. E’ sempre successo, all’Italia prima del 1992, all’Argentina quando ha bloccato il peso sul dollaro. Se vogliamo uscire dalla crisi – ha concluso il professore – dobbiamo uscire dall’incubo euro, non c’è altra soluzione. Senza il controllo sua sua moneta uno Stato in recessione non può tentare di contrastare la crisi. Senza il controllo sulla sua moneta uno Stato non può avere nessuna autonomia e si riduce alla condizione di un Paese del Terzo Mondo, con governi fantoccio e costretti a supplicare per ottenere il denaro di cui ha bisogno. Speriamo di avere abbastanza dignità di non diventare completamente sudditi della Germania”.

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