LA STORIA DI LILIN TRA INFANZIA IN TRANSNISTRIA, GUERRA IN CECENIA E MONDO SEGRETO DEL TATTOO

Teatro gremito per assistere all’appuntamento con Nicolai Lilin inserito nella rassegna Giallo a Maniago, promossa da Circolo Culturale Eureka e Provincia di Pordenone. Un pubblico variegato, soprattutto giovane, ha presenziato all’incontro mediato dal direttore di Pn Box Francesco Vanin e inframezzato dalla voce di Paolo De Zan, che ha letto alcuni brani tratti dai libri di Lilin, lo scrittore/tatuatore siberiano che ha incollato gli spettatori alla sedia con la sua storia.

Originario della Transnistria (oggi Repubblica Moldava, ieri parte dell’Unione Sovietica), si è fatto portavoce della cultura e delle vicende della piccola comunità siberiana denominata “urca” e soprannominata dei “criminali onesti”.
“Quando nacqui io, i siberiani erano solo una 30ina – ha illustrato – per me quella vita era la normalità, nessuno mi aveva mai spiegato come era il mondo fuori da lì. Ho conosciuto mio padre a 4 anni, era detenuto in carcere in Russia per essersi opposto al regime. Ne ho cercato le ragioni parlando con i miei nonni, che da sempre lottavano per non cedere al comunismo”.

“Mio nonno aveva un tatuaggio raffigurante un Cristo bizantino con un Kalashinikov – ha aggiunto – , mi diceva, , queste erano le sue parole. Del resto – ha continuato – nel Vangelo si dice Non sono venuto a portare pace, ma una spada. Che significa non arrendersi a diventare schiavi, portare rispetto a chi ti porta rispetto e realizzare che quello di Cristo è un messaggio rivoluzionario”.

Poi il racconto della sua giovinezza: “Ero minuto perciò le prendevo sempre. La mia salvezza era il coltello. Del resto, dove abitavo, le situazioni di disagio giovanile erano la regola. Le risse finivano con 2,3 morti sull’asfalto, e spesso per motivi legati al contrabbando di droga. A spacciare erano sia gli zingari che i poliziotti, ed era roba tagliata male. In pochi mesi vedevo morire i miei amici, ragazzi giovani e belli che si riducevano scheletri senza denti, ciechi, con la pelle come quella dei vampiri. Io sono stato condannato a 5 anni per essermi difeso, ma ho fatto solo 9 mesi perché mio padre ha pagato la polizia corrotta”.

Quindi la sua “chiamata alle armi”: “Ho sparato in Cecenia, ho ucciso, ho sulla coscienza tanta gente – ha rivelato – ero un cecchino, a 1400 mt riuscivo a colpire una testa. Mi affidavano sempre i moribondi perché dicevano che, dato che non mi commuovevo e non piangevo, morivano serenamente. Oggi mi dispiace molto di non avere pianto. Il tempo ti rende consapevole che portare via una vita ti toglie una parte di te”.

Lilin ha poi illustrato il suo iter di avvicinamento al mondo del tattoo, soprattutto in relazione alla cultura degli urca, per i quali è un “must”: “E’ una tradizione antica, una forma di codice, una lingua, un dialogo segreto, utile perché i poliziotti non potevano capire. Mi è sempre piaciuto disegnare; quand’ero piccolo scarabocchiavo dappertutto, per questo avevo il veto di uscire dalla mia camera con la matita in mano. Poi ho affiancato un tatuatore che mi ha insegnato tutto quello che so. Il mio 4° libro sarà dedicato proprio al tatuaggio, un romanzo narrativo con immagini”.

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