BRUZZONE: “IN ITALIA MOLTI OMICIDI RIMANGONO INSOLUTI PERCHE’ NON SI CONDIVIDONO LE UNIVERSALI METODOLOGIE INVESTIGATIVE”

Pubblico attento, costituito sia da appassionati che da addetti ai lavori, quello che ha assistito all’incontro con la criminologa Roberta Bruzzone, sabato 25 agosto al teatro Verdi, nell’ambito della rassegna noir “Giallo a Maniago”.
L’unica criminologa d’Italia si è raccontata, a partire dalla sua gavetta che l’ha portata in America per studiare con i migliori professionisti e maturare esperienza sul campo. L’investigatrice ligure ha percorso, passo dopo passo, l’iter che compie quando viene commesso un crimine violento. “La cosa più importante, e anche la prima da fare, è la raccolta dei dati sulla crime scene – ha descritto – ovvero reperire informazioni e reperti in modo diretto oppure attraverso gli studi forniti da professionisti affidabili. Il nostro problema è che, nonostante in quasi tutto il mondo si utilizzino metodi di reperimento e catalogazione delle prove riconosciuti per attendibili e validi, in Italia questo non accade”.
“Il secondo passaggio – ha aggiunto – è l’analisi vittimologica, ovvero il reperimento di dati sulla vittima stessa, ma anche la comprensione di chi era la vittima e per chi poteva costituire un problema. Il sopralluogo tecnico è il momento più importante poiché se i dati sono raccolti male non c’è alcuno scienziato che possa fornirne giusta interpretazione”.
Un mondo difficile quello della criminologa, quindi, che ha denunciato il fallimento di troppi casi e ha sottolineato che, in 15 anni di attività, la percentuale dei delitti insoluti è altissima. Tra questi ci sono anche alcuni casi efferati che la Bruzzone ha seguito personalmente, come descritto nel suo ultimo libro “Chi è l’assassino? Diario di una criminologa” (il cui primo capitolo è consultabile gratuitamente sul suo sito).
“La strage di Erba? I coniugi Romano sono innocenti – ha tuonato la Bruzzone – mettendo a confronto le informazioni sulla scena del crimine e le confessioni, nulla collima. Vi abbiamo trovato ben 243 grosse incongruenze”. Ma perché allora i coniugi Romano hanno confessato? “Perché – spiega – dopo 5 giornate di interrogatorio, le pressioni e suggestioni finiscono per avere la meglio. E questo, purtroppo, è un grande limite alla soluzione delle indagini”.
E sul caso Avetrana: “inizialmente c’erano tutti gli ingredienti per archiviarla come fuga volontaria – ha illustrato – ma, di solito, entro 3 giorni un’adolescente fa rientro a casa. La procura di Taranto, già 10 giorni dopo la scomparsa di Sarah Scazzi, aveva avviato le indagini. In pochissimo tempo si è arrivati alla famiglia Misseri, dove i sospetti sullo zio sono stati fugati molto prima che la stampa lo comunicasse”.
Non poteva mancare un cenno al cruento omicidio di Lignano, quello dei coniugi Burgato. “Da quello che traspare, l’ipotesi della rapina sembra scemare. Quello che colpisce è l’estrema ferocia nell’esecuzione, il lungo tempo dedicato a fare del male e il poco a rovistare. C’è un livello di segreti che non è ancora stato raggiunto, almeno dal punto di vista giornalistico”.
E, sempre per restare in terra friulana, si è parlato di Unabomber del quale, nel 2005, si è direttamente occupata la criminologa ligure. “Allora, grazie ad un potentissimo software, individuammo con estrema precisione la zona in cui poteva vivere – spiega – ne tracciammo una valutazione dell’età media molto più bassa rispetto a quella che si pensava. Secondo i nostri studi non superava i 40 anni. Poi le indagini si focalizzarono su Zornitta ma l’attività continuava anche mentre lui era indagato. Ne ricostruimmo il criminal profile: una persona particolarmente soddisfatta di quello che faceva, tanto da non rivendicare mai i suoi attentati perché gli bastava goderne gli effetti; ma anche un soggetto che odiava la comunità locale e in particolare la sua parte vulnerabile, come bambini e anziani.

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